Brand e loghi “parlati”: pubblicità pagata dai consumatori

Chissà quante volte, camminando per strada, hai notato più o meno consapevolmente la presenza di un brand. Siamo talmente assuefatti alla presenza delle marche e dei loro loghi che ormai non ci facciamo più caso, ma in qualche punto della nostra mente l’informazione viene registrata e si ripercuote con il bisogno di un acquisto.

Ecco come funzionano i cosiddetti loghi “parlati” e perché sono tanto utili alle aziende!

T-shirt, bibite, smartphone

Visualizza in mente l’immagine di un giovane ragazzo comune, che passeggia per strada. Non è necessario stia facendo nulla di particolare, non deve avere necessariamente nemmeno un volto specifico.

Osserviamolo, guardiamolo con attenzione da testa a piedi.

Indossa una t-shirt bianca. Sembra semplice, comune, ma se osserviamo con cura vediamo che al centro, sul petto, c’è il logo del produttore.

Mentre cammina legge qualcosa sullo smartphone, forse un messaggio della fidanzata o del gruppo di amici con cui sta organizzando un’uscita. Ovviamente sul suo prezioso smartphone c’è una cover protettiva, ma è trasparente: la mela sul retro è visibile, chiarissima evidenza di a quale marchio appartiene quell’oggetto.

E’ entrato in fastfood e ha acquistato un bicchiere di una bibita. Sul bicchiere i loghi sono due: quelli della catena di ristoranti e quelli della bevanda, in bella mostra su fondo bianco.

Quel ragazzo che sta solamente camminando per strada, bevendo una bibita fresca e chiacchierando con gli amici si sta involontariamente comportando come un “megafono umano” per tre diverse realtà imprenditoriali, che diffondono il loro messaggio mentre la nostra “cavia” passeggia. L’assurdità? Non sono le tre aziende ad aver pagato per quella pubblicità.

Il logo parlato: come far pagare i consumatori per la tua pubblicità

Normalmente sono le aziende a pagare per la propria pubblicità: spot, manifesti, volantini, grafici per il logo, fotografi, videomaker, copywriter esperti, apparizioni in TV, fatture degli influncer per le sponsorizzazioni, parcelle degli avvocati per registrare il proprio marchio ed intercettare eventuali plagi.

Esponendo il proprio logo in bella vista sul prodotto invece, sono i consumatori stessi a pagare per avere l’oggetto in mano (la t-shirt, la bibita, lo smartphone), e per trasformarsi involontariamente in pubblicità ambulante. Il tutto ad un costo, se confrontato alle vendite, praticamente pari a zero: per registrare un marchio in Italia bastano circa 300 euro; per farlo valere in tutta Europa più o meno 1000. Quante vendite servono a quelle tre aziende per rientrare del costo di registrazione? Davvero un numero piccolissimo.

Registrare il proprio marchio e riportarlo sui propri prodotti, sulle confezioni e gli involucri significa affrontare una spesa piccolissima per ottenere un ritorno pubblicitario sterminato: perché privarsi di questa tutela, che può essere facilmente trasformata anche in uno strumento di diffusione efficacissimo?