Scheda di approfondimento
Attualmente uno dei volti più feroci e paradossali della precarietà è l’assenza di misure di sostegno al reddito nelle fasi di non lavoro. A rigore, infatti, per chi lavora con un contratto a termine, l’unica cosa certa è la scadenza del contratto. E però, proprio i lavoratori a termine, i più esposti al rischio disoccupazione, sono sprovvisti di una tutela quando rimangono senza lavoro. Per loro è preclusa la cassa integrazione (sia ordinaria che straordinaria), riservata ai lavoratori a tempo indeterminato al fine di conservare il posto di lavoro; preclusa anche la mobilità, strumento erogato solo in caso di licenziamenti collettivi e comunque rivolto ai lavoratori a tempo indeterminato; preclusa quasi sempre anche l’indennità di disoccupazione.
Quest'ultima esclusione riguarda i collaboratori, chi presta la sua opera con partita iva, con il contratto di associazione in partecipazione o con una borsa/assegno di ricerca, formalmente espunti dalla tutela della disoccupazione, ma spesso riguarda anche i lavoratori a tempo determinato, che difficilmente maturano i requisiti contributivi per accedere all'indennità di disoccupazione. Requisiti ad oggi particolarmente elevati perché richiedono un’anzianità contributiva di almeno due anni con almeno 52 contributi settimanali utili.. Si tratta di un modello inadeguato e molto ingiusto su cui è necessario intervenire subito, garantendo una continuità di reddito nei periodi di non lavoro per chi svolge lavori discontinui.
E' necessario riformare in senso estensivo gli ammortizzatori sociali in modo da costruire una protezione contro la disoccupazione a tutto tondo. Ci soffermiamo qui sulle esigenze specifiche dei lavoratori discontinui.
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E’ necessario estendere l’indennità di disoccupazione, subito, ai lavoratori parasubordinati, del pubblico e del privato, in condizioni di “influsso gestionale prevalente” che versano al fondo di Gestione separata dell'Inps. Per far questo va istituita una quota apposita di contribuzione (quantificabile intorno all'1% ) da mettere in carico al datore di lavoro. Vanno poi attivate forme di protezione a base contributiva (sempre attraverso la quota dell'1%) per quei prestatori d'opera con partita iva che versano al fondo di Gestione separata Inps e il cui reddito deriva da una pluralità di committenti, nel caso in cui subiscano una caduta del reddito prevalente a causa della perdita di più committenti.
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E’ necessario contemporaneamente abbattere i requisiti di accesso alla fruizione delle prestazioni, in modo tale che chiunque rimanga senza lavoro possa accedere alla prestazione a prescindere dalla sua anzianità lavorativa e quindi contributiva.
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Nell'immediato è necessario non disperdere i fondi messi a disposizione del famigerato “bonus precari” (una una tantum istituita dal precedente governo per i collaboratori a cui non fosse stato rinnovato il contratto), per il quale dei 200 milioni previsti ne sono rimasti 177 inutilizzati a causa dei criteri di accesso al bonus particolarmente restrittivi, che, peraltro escludevano i collaboratori pubblici. Quei fondi vanno immediatamente resi disponibili, attraverso una radicale modifica dei requisiti d'accesso, ai milioni di parasubordinati che, nella crisi, si sono trovati senza lavoro.




